Bambino a quarant'anni

domenica, giugno 15, 2003

CAPITOLO I

"Stanotte è nato Brian…" (ambizioso romanzo di un adolescente esaltato che crede di poter scrivere un intero libro soltanto perchè conosce la lingua italiana; ma non voglio uscire dal retro del racconto per mettermi a parlare della mia condizione di presuntuoso scrittore in cerca di continui consensi).
Era un figlio di figli dei fiori: papà Jim era un hippy fuggito dal sistema delle bolle londinesi, mamma Rosabelle una francesina che aveva girato il mondo in autostop prima di conoscere Jim e aver creato una delle più belle comuni del ruscello.
Già, erano in sedici nella fattoria ed avevano oramai dimenticato la tristezza della vita in città. In quell'anno (siamo nel 1967) molti giovani erano sgusciati via dalla protezione dei "vecchi cari vicini di casa".
Così, quella notte del 22 ottobre erano nato Brian, piccola bestiolina dal capoccione biondo biondo che non capiva un accidente di niente. Gli amici della comune si sarebbero impegnati a dare in seguito tanti fratellini al nostro fortunato amico, nato senza sentire di già il fracasso delle bare ambulanti col motore di marmellata nera.
"Bisognerà educarlo senza parlargli di 'saper vivere', caserme, carriera, cravatta , abitazione civile e altre porcherie simili; siamo tutti impegnati in questi primi anni di vita a insegnargli norme, che dico!... immagini di gente serena, spontanea, che fa ciò che sente perché ci crede e..." com'era felice il caro Jim, parlava come un'orata che ti fa rimordere la coscienza perché l'hai mangiata...
"Capite, noi abbiamo il compito di dare alla natura - e non alla società - persone che sorridano senza bisogno di battuta!" E tutti giù ad applaudire come ai tempi dei vecchi sporchi comizi politici.
Intanto sorrideva la luna di formaggio che spiava divertita quei giovani fiorellini sinceri sinceri e li illuminava col cuore, perché anche le lune hanno un cuore, le infinite lune che si danno il cambio ogni notte per vedere cosa succede su questa terra limata per benino dal fabbro dell'universo. E nessuno voleva dormire nella fattoria: le candele si consumavano e ricrescevano centinaia di volte per non mandarli a dormire, quei pupetti dai petali sorridenti e ubriachi, fiammelle che ardevano col timore che spegnendosi avrebbero infranto l'incantesimo di quel sogno sempre più raro da aspirare.
E cosa dire di quel poveretto fiamma gialla che non poteva godersi la scena senza correre il rischio di far gridare l'umanità alla catastrofe ("Il sole ha invertito il suo ciclo! Sconvolto l'equilibrio naturale!")?
Ma stiamo dimenticando il nostro felice protagonista, il dolce Brian, che se ne stava lì con mammina senza rendersi conto che era finalmente uscito fuori e che presto avrebbe imparato a girare la chiavetta del cervello.
Intanto Pete si era lanciato giù dal nido per avvertire mamma natura del lieto evento: e in pochi minuti la calda cuccia dei sedici folletti si era colmata di scoiattoli, ranocchie, talpe, cerbiatti e tanti altri amici (c'erano anche due magnifici unicorni) che giostravano le corde vocali per complimentarsi e cantare vecchie songs dei tempi armonici in cui le note erano tutte bianche, senza quattroquarti né pentagrammi dove incasellarle. E Angela aveva sradicato una chitarra di fiammiferi per accompagnare quegli intonatissimi musicomani già ubriachi di libertà e sobri per gli occhi che preferivano non vedere deformate le meraviglie che li attorniavano.
Accipicchia, se Brian avesse capito che tutta questa incomprensibile confusione era per lui, che fierezza di cipiglio avrebbe adottato!
La lunga lingua del serpentello si srotolava e scomponeva in lunghi assoli quadrafonici, Sonya tamburellava sulle congas ipnotici motivi degli Stones, lo scoiattolo lanciava ghiande di smeraldo sulle capocce capellute degli incantatori sazi d'elio, Alan si sfiatava nel lungo corridoio di un piffero indiano purosangue, mentre fuori tutto l'universo si divertiva un mondo nel contemplare lo spettacolo di nature vive che approdavano al dolce regno dei sentimenti più veri e sinceri; si dice che l'evento venisse trasmesso in diretta alla TV venusiana e l'intera popolazione se ne stesse rintanata in casa a guardarlo, ricordando i tempi di cambiamento che in quel pianeta erano già trascorsi da millenni (ma la tv ancora non l'avevano buttata dalla finestra, bah!).
Non credo che in città si facessero tanti festeggiamenti ad un pupo appena nato, immaginando già a cosa sarebbe andato incontro (corruzione, raccomandazioni, figli di p. etc....) ma là, nella rosea dimensione di una comune di affetto, il futuro di Brian si preannunciava splendido, a condizione che egli non venisse mai a sapere dell'esistenza delle metropoli (mi raccomando, acqua in bocca!).
Nel frattempo papà Jim si era ritirato in un angolo a contemplare lo sfolgorante ricevimento pieno pieno di baci, carezze, auguri e stecche vocali che lo innalzavano al di sopra del nirvana per riportarlo alle origini del mondo, quando il ghiaccio bolliva per rispegnersi oceano ed il magma si apriva per riapparire natura.
Ma la sua trance non giungeva mai ad essere completa per il continuo accavallarsi degli innumerevoli "auguri Jim", "sei fortunato Jim", "che bel bambino Jim" , " sono contento per te Jim" che ognuno degli invitati gli ripeteva ogni trenta secondi circa. Non che lo infastidisse tutto quel luccichio di parole alla "bell'époque", ma avrebbe preferito in quel momento starsene un po' da solo a roteare i tessuti del cervello in una dimensione più congeniale alla circostanza; aveva già pensato di dipingere un quadro dai colori dell'arcobaleno (che da tempo ormai in città nessuno riusciva più a scorgere), raffigurante quella splendida creatura, Brian, suo figlio: suo figlio??? A questo pensiero Jim cacciò un urlo tipo l'"hippiaieeee" dei cow-boys del selvaggio West (ma lui, naturalmente, stava dalla parte degli indiani, come me...) e si mise a zompettare in lungo e in largo per tutta la cima, invitando a ballare chiunque gli capitasse a tiro (danzò anche con un alce) e interrompendo continuamente il ritmo per riempire di baci Brian e Rosabelle.
Ah, la paternità fa sempre effetto, non c'è niente da dire! Il pensiero di aver dato al sole e al torrente una nuova anima lo faceva impazzire di gioia, come una bottiglia di champagne del '59 a cui sia stato appena tolto il tappo.
Ma cosa pensava intanto quel buffo neonato biondo di tutto questo? Niente, assolutamente niente, d’altronde avrebbe avuto tanto di quel tempo in seguito per riflettere sugli strani effetti che ogni singolo avvenimento può provocare su di un animale irrazionale come l'uomo! Per il momento non gli dispiaceva assistere alla festa senza l'assenso di un sorriso o di una lacrima, come un esperto esaminatore che debba stabilire con il suo giudizio se uno studente sia pronto oppure no a conseguire la maturità.Ma non preoccuparti, piccolo Brian, non ci sarà scuola per te, avrai tanti tanti amici che sapranno insegnarti come muoverti nel luna park della vita, senza per questo tentare di manovrare il tuo io. E amore e dolcezza, e dolcezza e amore, questo è ciò che l'umanità dovrebbe incastonare nella propria fronte, come un rubino dalla luce multicolore, e lo dovrai imparare, caro piccolo bambino: vedrai, non è difficile.
Nel frattempo la festa scorreva come un fiume in piena, e per coloro che portano ancora l'orologio (quanti siete?) dirò a puro titolo informativo che erano la una del mattino nella cucciolata dei tulipani. Gli occhi non avevano nessuna intenzione di chiudersi per lasciare il passo alla schiera dei sogni in technicolor o in cinemascope, le membra non accusavano alcun segno di stanchezza nonostante l'uso irrefrenabile che veniva fatto di loro: insomma , tutti si divertivano e non si rendevano conto che prima o poi (uffa!) il party sarebbe dovuto terminare.
Sulla strada ferrata slittava controllata la locomotiva di panna e pastarelle a gusti vari, ed erano tante coppie di occhi dai colori diversi che si scrutavano a vicenda, sospettosi e nemici.
Vermicelli multicolori quasi su ogni testa per addobbare persone vuote e rassegnate, tanto razionali quanto animalesche nei vari atteggiamenti di "Quanto costa un panino? Che prezzi!".
Anche lui era lì, piccolo innocente programmato alla malvagità.
Ma lui chi? E di quale treno stiamo parlando?
Ancora a ritmo incessante venivano svelate le castagne per gioire della polpa squisita, su nella fattoria dei teneri, e ancora si ballava al ritmo del grande Bob o degli splendidi Who e Byrds, per gonfiarsi di suoni e sensazioni e per rimescolarsi il sangue nelle arterie/vene. Ian era proprio impazzito e camminava a quattro zampe mimando il futuro incedere del piccolo, soffermandosi ogni tanto a controllare se gli altri lo stessero osservando: ma ognuno era nel proprio sogno e così, indignato, interruppe la sua esibizione per andare a sedersi accanto a un camoscio, il quale gli sorrise e lo consolò dicendogli che la sua imitazione era stata divertentissima e molto ben riuscita.
Il martin pescatore svolazzava a destra e a sinistra, ubriaco fradicio di uva gocciolante e distribuiva caramelle a tutti perché, affermava, "fanno bene alla salute"; non era male la scena e penso se ne sarebbe potuto trarre un buon inizio per un libro (ma lo sta già facendo io, perciò non provatevi ad imitarmi, capito?).
Ma "retournons a nos moutons" ed informiamoci sulla salute di Rosabelle, che a quanto pare ora si sentiva molto bene in confronto a quello che aveva passato per offrire a fata flora e a fata fauna quel bel esemplare di biondo Tarzanello, quasi novello Mowgli di un rinnovato libro della giungla (regalatoci in origine dal caro utopistico Rudyard Kipling).
La dolce Rosabelle, come dicevo, era felice come una pasqua e non sapeva se ridere o piangere, allora decise di fare le due cose contemporaneamente, cercando di non farsi notare per non essere giudicata troppo severamente dai magistrati del vino buono; così Sirio e Aldebaran, giocando a briscola tra una costellazione e l’altra, si scambiavano le loro impressioni sul party:
" E’ proprio una bella festa, bisognerebbe farsi invitare"
" La gioventù è meravigliosa, ma intanto tu ti sei distratta e io ti prendo il tre con l’asso!"
(Pazzesca, assurda traversata tra avvenimenti senza alcun nesso logico; immane stupidaggine traviata dalle favole lette da fanciullo: impressionante catena di morceaux alla cosmicomica di Calvino. Ma è pazzo questo scrittore?
‘No, signori miei, sono semplicemente un puro!’)
Un puro che non vi dà tregua in questo primo capitolo con le immagini più’ inverosimili: pensate che una scimmia stava facendo giochi di prestigio nella fattoria, facendo scomparire e riapparire la propria mano destra.
I nostri amici applaudivano entusiasti, tra un gaudio e l’altro, la maestria dell’animale, quando ad un tratto la mano non volle ricomparire, e la bertuccia si preoccupava.
Proprio così, la mano era sparita!
Tutti si dedicarono allora alla ricerca di quelle dita: e fruga sotto il letto, e cerca nella gonna di Chloe, e scandaglia tra i coriandoli del lampadario di cera …
Niente! Scomparsa! Volatilizzata ! Annullata! L’armonia della bella riunione rischiava di guastarsi, quando…
"L’ho trovata, l’ho trovata!" Era il vecchio Pete che gridava.
"L’ho trovata, era qui nel cappello di Alan che disegnava pupazzi!"
E la scimmietta, tirando un sospiro di sollievo, si riaggiustò la mano sul polso, annunciando contemporaneamente la fine dei giochi di prestidigitazione, poi afferrò una bottiglia di sidro e iniziò a scolarsela...
La festa si riaccese allegra e giocosa, mentre nuovi ospiti continuavano ad arrivare: ogni tanto si sentiva bussare alla porta: " E’ aperto!", allora entravano nuovi invitati, a volte amici delle comuni vicine, altre volte animali d’ogni tipo, alcuni addirittura già estinti da un bel pezzo.
Ma ecco, il tetto si solleva e ne discende uno strano ometto con un paio di ali dorate e scintillanti.
Che silenzio in quell’istante! Tutti erano immobili ad osservare lo strano individuo, visino rosso come un Chianti genuino, naso tipo piccola boccia per abbattere l’ultimo birillo rimasto in piedi, occhietti tondi tonfi di un verde da imprigionare, in definitiva un simpatico signore.
Si udì allora una voce tra i festeggianti: "Okay, papà, lo so che è tardi; adesso vengo a casa!" Era un lepre.
" Non voglio guastarti la festa, Giuditta, ma ti ricordo che domattina dobbiamo alzarci molto presto per andare dalla zia Margherita: sai quanto abita lontano!". Detto questo il genitore gentile si rialzò in volo e scomparve nel cielo, lasciando completa libertà al tetto di richiudersi sulle teste dei numerosi amici; ma dopo aver visto il firmamento, tutti decisero di continuare a far baldoria fuori, all’aperto, in riva al lago, così si incamminarono allegramente, tra le foglie dei salici ridenti e le lucciole da 200 watt, per raggiungere il fantasmagorico specchio d’acqua.
Intanto, in tutto quel trambusto, il piccolo Brian aveva imparato a chiudere gli occhi e si era addormentato.










































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